
In residenza presso il Polo di Melendugno/Lecce dal 26 febbraio al 7 marzo 2026
Un banditore, un musico, un’isola di naufragi e la storia di un viaggio. Una fiaba, la storia “fantastica” del viaggio di un ragazzo, quasi un’altra Odissea, lunga 10 anni, di un ragazzo arrivato alla meta adulto e novello Tiresia. Una lingua vicina, eppure lontana. La partenza forzata da una terra martoriata e prigioniera, ma tanto amata, per approdare su una terra nuova. Forse una fuga, forse il sogno di una vita… finalmente, forse il semplice desiderio di un bambino, che cerca la felicità di ogni giorno. La sua vita è come la vita di tutti noi. Il suo viaggio, il nostro viaggio. Non è per forza una tragedia, può essere un’epifania. È un viaggio, è il tuo viaggio. A volte agevole, a volte tremendo e avventuroso, tragico e senza speranza, a volte tranquillo e di scoperta. In fondo siamo sempre in viaggio e approdiamo su delle isole. Abitiamo lo stesso destino da millenni, siamo frutto di un peregrinare e sempre saremo destinati a viaggiare e a varcare confini. Bisogna essere sempre pronti e preparati ad affrontare le onde, per raggiungere la nostra isola. Bisogna essere pronti ad accogliere per poter essere accolti. In fondo il nostro destino di esseri umani è imparare a viaggiare insieme, per evitare di naufragare.
Note di scrittura e di regia
La scena è essenziale: uno spazio vuoto o, eventualmente, un fondale in iuta sul quale sono cuciti resti di naufragi – scarpe, armi, bouquet da sposa, bambole, indumenti, frammenti di legno. Gli oggetti scenici si riducono a una torcia di grande potenza e a una fisarmonica. I costumi sono quotidiani, privi di elementi appariscenti, così da non suggerire alcuna identità precisa.
Un cantastorie e un fisarmonicista entrano dalla platea accompagnati dalla musica, invitando il pubblico all’ascolto. La narrazione assume l’andamento di un poema epico, di un cuntu, una storia cantata che si muove tra fiaba e racconto fantastico. Ogni prologo anticipa, in dialetto salentino e attraverso rime e assonanze, gli eventi che seguiranno; i capitoli successivi, in italiano ma sempre scanditi da rime e assonanze, sviluppano la vicenda. Il dialetto ritorna anche negli interventi in prima persona, trasformandosi nella lingua “straniera” di un migrante qualsiasi.
La storia trae ispirazione dal percorso reale di un ragazzo sudanese, partito dal Sudan all’età di tredici anni e giunto in Italia a ventitré, ormai cieco a causa delle torture subite. Pur nascendo da questa testimonianza, la drammaturgia evita riferimenti diretti a luoghi, epoche o figure storiche. Gli episodi narrati, pur ispirati a fatti realmente accaduti, vengono rielaborati in una costruzione completamente immaginaria che attinge costantemente alla realtà.
Il cantastorie è in realtà uno scafista e il musicista il suo complice, ma la loro vera identità rimane nascosta fino al finale. Per tutta la durata dello spettacolo il pubblico li percepisce semplicemente come un narratore e un musicista.
Prima delle partenze, sulla spiaggia, i due trascorrono il tempo raccontando le storie dei migranti che stanno per traghettare. Può sembrare un macabro passatempo oppure un tentativo di alleggerire il peso della propria coscienza. Nel corso del racconto, tuttavia, lo scafista sembra progressivamente interrogarsi sul proprio ruolo: mentre imita il cantastorie, si interrompe, riflette, vacilla. Forse lo scafista rappresenta ciascuno di noi, spettatori spesso indifferenti davanti a un esodo che riguarda l’intera umanità.
Siamo tutti il risultato di un viaggio e tutti potremmo essere costretti, un giorno, a ripartire. Ricordarlo significa riconoscere che la semplice appartenenza al genere umano è già una ragione sufficiente per salvare un nostro simile, al di là della provenienza, della dignità, del merito o di qualsiasi altra distinzione.
Le musiche nascono da una ricerca sulle tradizioni musicali dei Paesi da cui proviene la maggior parte dei migranti – Tunisia, Sudan, Congo, Nigeria, Senegal e Somalia – e si intrecciano con le composizioni originali di Bruno Galeone, musicista in scena. Alcuni passaggi del testo possono trasformarsi in canzoni, rafforzando il carattere epico e popolare della narrazione.
Al termine dello spettacolo il pubblico è invitato a lasciare un oggetto – un indumento, un frammento, un ricordo del proprio personale “naufragio” quotidiano – che verrà cucito sul fondale. Replica dopo replica, la scenografia si trasforma così in un archivio collettivo di memorie, viaggi e approdi.
UNOUNO
La cantata dell’eroe
Di e con Ippolito Chiarello
E con Bruno Galeone alla fisarmonica
Luci Marco Oliani
Scenografia e oggetti di scena Egle Calò
Costumi Lilian Indraccolo
Musiche
- Crete Sonanti – Bruno Galeone – Italia
- Tradizionale – Tunisia
- Tradizionale – Sudan
- Tradizionale – Congo
- Tradizionale – Nigeria
- Tradizionale – Senegal
- Tradizionale – Somalia
- Testo poetico all’interno della narrazione
- DURA DA AMARE – Reem Yasir, Sudan
Produzione Ass Cult – NASCA Teatri di Terra ETS
